
Era il 30 gennaio 2020 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità proclamò l’emergenza sanitaria da Covid-19 limitando contestualmente tutte le interazioni sociali non indispensabili, tra cui le attività corali. coralità digitale
Il contatto tra individui venne bandito e il tatto, aspetto relazionale principe nella vita sociale e nel processo di conoscenza e costruzione empatica, fu accusato di essere veicolo del virus acquisendo così una qualità fortemente negativa. L’efficacia del Covidscape e di quelle che Sophie Chao chiama “tecniche del corpo”, analizzate nel suo articolo Healt, harm, habitus: techniques of the body in Covid-19, sono ancora oggi oggetto di dibattito e solo il tempo ci dirà se il distanziamento sociale impostoci salvò davvero molte vite o se segnò esclusivamente un pericoloso impoverimento dei rapporti interpersonali, ma di certo ha messo in serio pericolo la coralità, determinando l’estinzione di numerose compagini e l’assottigliamento di organici vocali mai più, o a fatica, tornati a regime.

Si sono moltiplicate iniziative che impiegassero dispositivi elettronici e tecnologie per rimanere in contatto, seppur distanti fisicamente: le stesse tecnologie accusate fino a quel momento di dividere ed isolare gli individui sono divenute il mezzo per combattere l’isolamento. Abbiamo imparato ad usare piattaforme che però, di fatto, non permettevano la sincronia poiché accumulavano latenza.
Nell’impossibilità di svolgere la prova settimanale in presenza, o su Zoom, molti cori hanno escogitato varie e fantasiose alternative virtuali per continuare l’attività di studio e, dalle ormai sempre più frequenti registrazioni audio fornite dai direttori ai propri coristi per supportare lo studio a casa, siamo giunti alla videoregistrazione della propria performance da parte del corista. Questa pratica, da semplice espediente per avere un feedback da parte del direttore sul lavoro di studio delle parti e sulla tecnica vocale, è diventata la chiave di un nuovo modo di fare coro: il virtual choir.
Il web è stato sommerso da quantità esorbitanti di video corali: tutti, dal coro parrocchiale in su, hanno cercato nel virtual choir la spinta propulsiva per evitare l’immobilismo. Tra gli aspetti positivi di questa produzione sicuramente andrebbe menzionato l’impulso alla collaborazione che si è generato dal dover materialmente confezionare un prodotto collettivo, partendo dall’impegno del singolo; altro aspetto costruttivo è stato l’aspirazione alla perfetta conoscenza della propria linea melodica da parte del cantore. Di contro, il virtual choir azzera le risonanze simpatiche, l’intonazione costruita sul rapporto con le altre voci, il piacere dell’ascolto dell’altro, la ricerca dell’uniformità vocale, il respiro condiviso e lo scambio di sguardi. Eppure questo coro surrogato, quella musica quasi artificiale, ha avuto il grande potere di farci sentire meno soli.

È proprio su questa idea che ha preso vita Sing gently, la composizione di Eric Whitacre cantata da 17.572 coristi dilettanti, amatori, professionisti di 129 Paesi che, aiutati nella preparazione dallo stesso Whitacre e dal suo staff, hanno dato vita ad un coro virtuale che superasse ogni barriera etnica, sociale, geografica, culturale, religiosa, dimostrando ancora una volta quanto la musica possa creare connessioni tra individui.
Sing gently non è stato il primo esperimento di coro virtuale del compositore statunitense: nel marzo 2010 Whitacre diresse virtualmente 185 coristi per il suo Lux Aurumque ottenendo oltre un milione di visualizzazioni solo nei primi due mesi. Da allora ogni anno il team dell’Eric Whitacre Virtual Choir immette nell’etere un lavoro corale di dimensioni monumentali, accrescendo costantemente il numero dei partecipanti e la diffusione geografica.
Il virtual choir è approdato anche nei Concorsi corali: nel 2021 il Cantagiovani di Salerno presenta la categoria “cori giovanili in virtual choir”. Nello stesso anno Federcori lancia l’iniziativa United in Song: un concorso corale internazionale esclusivamente virtuale. Nel 2020 AERCO Associazione Emiliano Romagnola Cori, nell’ambito del Concorso Corale Nazionale “Giuseppe Savani” istituisce la sezione Video.
Ad oggi anche la dimensione del virtual choir appare superata poiché la tecnologia JackTrip è riuscita ad azzerare le distanze geografiche permettendo la trasmissione di audio non compresso su Internet, eliminando ogni latenza e di fatto superando i limiti di Zoom. Questo apre un nuovo capitolo per il mondo corale, rendendo vicini tutti i punti del Globo. Un coro di Londra ed uno di New York possono cantare contemporaneamente lo stesso brano e trasmettere in diretta la loro esecuzione a Tokyo, senza perdere la sincronia.
Inoltre mondi virtuali come VRChat permettono agli individui di riunirsi virtualmente da ogni angolo del Pianeta Terra per studiare un brano, cantarlo, provarlo, in assoluta sincronia determinando una nuova possibilità di comunità corale: gente che canta insieme, ma non si è mai conosciuta di persona.
La coralità cambia, si modifica, evolve ed entra anche nelle gallerie d’arte come la londinese Serpentine Galleries in cui, nel 2024, l’installazione The Call di Holly Herndon e Mat Dryhurst diviene coro polifonico grazie all’uso dell’AI: utilizzando la raccolta di canti tradizionali inglesi denominata “Sacred Harp” e rivestita di nuovi arrangiamenti, coinvolgendo quindici cori inglesi, i due artisti hanno creato un ricco dataset di sonorità utilizzato come modello di apprendimento per l’AI permettendogli di divenire elemento attivo nella creazione musicale. In una sala con ambientazione medievale la registrazione fatta dai cori inglesi diventa paesaggio sonoro e, in uno spazio adiacente, il visitatore è invitato a cantare all’interno di un microfono. L’AI risponde alla proposta vocale del visitatore generando una nuova traccia sonora dando vita a quel processo che i due artisti chiamano call and response, ovvero una conversazione musicale coordinata.
Che fine ha fatto la coralità tradizionale? A ben vedere non è stata inghiottita dal buco nero delle nuove tecnologie, ma si è arricchita di possibilità. Le novità, da sempre, vengono guardate con sospetto perché rimanere ancorati a ciò che si conosce è rassicurante, percorrere sempre la stessa via ci garantisce di arrivare alla meta. Ma perchè non prendere in considerazione un sentiero nuovo? Potremmo scoprire una scorciatoia o un paesaggio più bello o, qualora non dovesse soddisfarci il risultato, tornare alla nostra via conosciuta, ma vale sempre la pena provare.
La tecnologia può rendere il pubblico parte attiva del processo creativo, come è accaduto per l’opera Deep Field di Eric Whitacre, può creare ologrammi e far vivere, o rivivere, davanti ai nostri occhi qualunque personalità, come in ABBA Voyage e può trasformare la provenienza del suono da bidimensionale (destra-sinistra) a tridimensionale grazie alla tecnologia Dolby Atmos.
Certamente la tecnologia non potrà sostituire tutta la parte affettiva della coralità né potrà soppiantare l’estro e l’inventiva di un compositore, la comunicatività di un direttore e la capacità organizzativa di un Consiglio Direttivo, ma può creare connessioni tra individui lontani (geograficamente e temporalmente).
Toccherà a noi tutti riempire quelle connessioni virtuali di umanità e affetti.

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