
Lumen Christi, l’annuncio della vittoria di Cristo–Luce sulla morte apre e dà il titolo al progetto discografico frutto della collaborazione tra l’organista Wladimir Matesic e la Schola Gregoriana Ecce, preparata e diretta da Luca Buzzavi. La triplice invocazione introduce all’ascoltatore la figura del Figlio di Dio nella notte di Resurrezione, madre di tutte le Veglie, atteso e acclamato, la cui vicenda viene ripercorsa attraverso i momenti forti dell’anno liturgico toccati dai vari brani: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua e Pentecoste. Accanto a lui la Madre, protagonista del testo della sequenza Stabat mater e dell’antifona che chiude questo raffinato viaggio musicale attraverso la tradizione organistica francese otto-novecentesca. Composizioni di grandi maestri senza tempo si affiancano alle immortali melodie della tradizione liturgica monodica creando un’armoniosa mescolanza di vuoti e pieni. L’intento programmatico di creare un dialogo tra la monodia e la scrittura organistica sinfonica trova radici profonde nella tradizione sia concertistica che discografica, soprattutto nel genere degli Inni e delle Sequenze. Chi per passione o per lavoro conosce il repertorio gregoriano troverà qui alcune delle melodie più note amplificate e commentate dalle composizioni e dalle improvvisazioni organistiche, avendo così la possibilità di esplorare tutti i vantaggi della tecnica dell’alternatim: seguire, rintracciare, perdere e ritrovare incipit, intere frasi, strofe o formule melodiche della tradizione monodica, oppure tornare a riascoltarla con una mente arricchita di nuovi spunti dati dalla parte organistica. Allo stesso modo, coloro che sono più ferrati sulla componente strumentale del disco non potranno non apprezzare le ricostruzioni proposte, fonti di riflessione sul processo compositivo che vuole unire la storia millenaria del canto romano-franco alle nuove tendenze neomodali, armoniche e sinfoniche della scuola francese. La scelta del programma – equilibrato e mai banale – si inserisce così in un tracciato ben consolidato ma pur sempre vincente, nonostante rimanga latente il desiderio di una sperimentazione ancora più audace, che il progetto sembra accarezzare ma non osare del tutto.
Dal punto di vista interpretativo, l’esecuzione si distingue per un’ottima gestione delle tempistiche, un’attenta adesione stilistica da parte dell’organista e una Schola unita. Le parti affidate al canto gregoriano mostrano un buon controllo da parte sia della componente maschile che di quella femminile, la chiara intenzione del direttore si risolve in intelligibilità del testo e linearità di esecuzione, perfetto contrastare dell’ora esuberanza, ora più intima parte strumentale. Il controllo dell’apertura delle vocali e della pronuncia delle consonanti, tanto quelle intermedie quanto quelle finali, mostrano un lavoro di fino che ha dato frutti tangibili e lascia immaginare un gesto preciso e chiaro del direttore. L’equilibrio tra improvvisazione e melodia gregoriana risulta definito grazie alle scelte interpretative e registiche di Matesic che riesce sempre a fare emergere il substrato monodico anche nella complessa verticalità che lo stile richiede, senza snaturarlo e facendo sì che il legame tra le due componenti sia sempre fluido. Punto alto di questo dialogo voce–organo è lo Stabat Mater, testo delicatissimo ed emotivamente forte, ricco di possibilità interpretative ben rese dalla cantabilità di Guilmant che si sposa sia con le voci maschili che con quelle femminili.
Un’autentica sorpresa il Salve Regina finale, dove il gioco dei chiaroscuri è accentuato dalla presenza di quattro protagonisti: l’organo, le voci delle donne, quelle degli uomini e un voci soliliste. Il brano si articola in una struttura tripartita, ben calibrata: una breve introduzione organistica apre lo spazio sonoro, creando un’atmosfera meditativa e solenne, subito seguita dall’esposizione integrale dell’antifona. Questa scelta conferisce solidità al brano, ma ciò che realmente lo eleva è il modo in cui il testo viene suddiviso e interpretato. Buzzavi assegna il saluto iniziale alla Vergine alle voci femminili, che lo rendono con una dolcezza luminosa, come quelle voci che nella tradizione letteraria e cronachistica sono state spesso associate al celeste e all’angelico; alle voci maschili è affidato il cuore supplice e straziato della preghiera, le invocazioni più accorate e umane, cariche di tensione e gravità. Questo alternarsi restituisce una tridimensionalità espressiva in cui il testo vive di diverse sfumature emotive. Elemento di raccordo e climax espressivo è la voce solista che, finite le invocazioni, riapre il dialogo con l’organo: è un confronto, una ricerca, a tratti quasi un interrogativo musicale. Alla fine, è proprio l’organo – lasciato solo – a raccogliere e rilanciare tutto questo materiale sonoro e spirituale in una improvvisazione finale che fa del commento strumentale una riflessione e un’esplorazione, non un riassunto. Questo Salve Regina funziona perché, pur muovendosi entro i confini di una forma tradizionale, riesce a sorprenderci con scelte espressive non scontate, un uso narrativo delle voci e un equilibrio dinamico tra antico e moderno. Si chiude così l’intero ciclo del disco, ma lo si fa con un’aria di novità, lasciando l’ascoltatore con il desiderio di ricominciare da capo.
La registrazione offre un’ottima resa sonora, che mette in evidenza i dettagli delle esecuzioni e permette di apprezzare le sfumature delle interpretazioni. Il lavoro di post–produzione sulle voci è forse il punto debole più evidente poiché, ad un orecchio allenato ed esperto, l’aggiunta di effetti risulta stucchevole e forse non necessaria. Nel complesso, si tratta di un lavoro curato e con un’intenzione artistica chiara e ben delineata. Forse, un approccio più audace in alcuni momenti avrebbe ulteriormente valorizzato il ricco repertorio proposto e sottolineato le possibilità di una Schola indubbiamente capace (nonostante la sua natura amatoriale), ma la coerenza stilistica rende questo CD un ascolto interessante.
In conclusione, questo lavoro offre interessanti elementi di riflessione sia per gli addetti ai lavori di entrambi gli ambiti, gregorianisti e organisti, sia per gli appassionati. Pur nella sua solida costruzione liturgico-musicologica, il progetto si dimostra anche un’efficace porta d’ingresso per il grande pubblico, grazie al carattere accattivante dello stile organistico scelto. Le armonie suggestive, le improvvisazioni ricche di colore, i chiaroscuri timbrici conferiscono al disco un fascino immediato, capace di coinvolgere anche chi non ha familiarità con la tradizione gregoriana o con la musica sacra in senso stretto. In questa ottica, il CD si rivolge a ogni ascoltatore curioso di vivere un’esperienza sonora intensa, stratificata e gradualmente rivelatrice. Un ascolto consapevole e ripetuto è fortemente consigliato: concentrarsi, di volta in volta, su un solo elemento – la linea monodica del canto, l’elaborazione compositiva, oppure le improvvisazioni organistiche – permette di cogliere la complessità e la ricchezza dell’interazione tra le parti. Solo in un secondo momento, unendo tutti i tasselli, si può davvero apprezzare la coerenza del disegno complessivo e la profondità dell’intenzione artistica. Ogni passaggio, ogni intervento dell’organo o della Schola diventa allora parte di una narrazione più ampia, in cui antico e moderno si parlano senza forzature, rendendo questo progetto una piccola guida all’ascolto della musica liturgica attraverso una lente contemporanea.
Si dimostra inoltre come il repertorio sacro sia in grado, ancora oggi, di dialogare con l’ascoltatore contemporaneo senza perdere in fascino, ricchezza, complessità, offrendo una riflessione culturale che pone al centro il canto proprio della liturgia romana e lo strumento che per tradizione più gli è compagno, presentandoli come elementi di un patrimonio di inestimabile valore, la cui funzione prima è sempre stata quella di dare solennità e nobiltà ai riti che hanno accompagnato e accompagnano la vita di milioni di persone, in Europa e nel mondo.


