La Bottega del Compositore

Giovani Compositori di Musica Corale: Claudio Ferrara

Quali sono gli autori di musica corale che ti hanno più profondamente colpito?

Se dovessi fare un unico nome per tutta la storia della musica sarebbe probabilmente quello di Luca Marenzio. Credo che sia uno degli autori che sia meglio riuscito a trovare soluzioni estremamente personali, caratterizzanti e sempre originali senza rinunciare ad una morbidezza e profonda naturalezza orizzontale, con un perfetto equilibrio tra ricerca armonica, intreccio contrappuntistico e spontaneità delle linee melodiche.

Sono stato molto colpito da alcuni lavori corali di Elgar e Reger e, nel ‘900, di Alfred Schnittke, ma anche dal modo elegante di trattare il coro di Holst e Duruflé. Infine, anche se non rispecchiata nel mio modo di scrivere, sono stato fortemente influenzato dalla musica di Penderecki, Ligeti, Berio.

Secondo te è possibile scrivere composizioni di alto livello artistico pur se destinate ad una coralità amatoriale o invece si rimane sempre al di sotto del livello dei grandi capolavori del passato?

Premettendo che la materia musicale è fortemente soggettiva, la mia risposta è che è senz’altro possibile. Ho di recente ascoltato, ad esempio, un Agnus Dei di un mio giovane collega polacco, Michal Malec, che è, per la mia personale sensibilità musicale, un capolavoro. Credo inoltre che non ci sia alcuna correlazione tra destinazione d’uso (e quindi difficoltà di un brano) e qualità artistica. Basti pensare a quanti capolavori, più o meno lontani nel tempo, siano stati scritti con grande economia di mezzi. Indubbiamente oggi un compositore ha più difficoltà a trovare la propria identità artistica, in quanto naviga in un vasto mare di stili e linguaggi compositivi, passati e moderni, dovendo inoltre inevitabilmente confrontarsi con le mode del momento, che spesso sono, tra l’altro, diametralmente diverse tra di loro.

Ritieni che le strade della musica d’arte e della musica corale siano destinate a dividersi, a causa dei limiti tecnici e culturali dell’amatore, o che possano ancora camminare vicine?

Solitamente, il cantore viene a contatto con tanti grandissimi capolavori del passato: conosco pochi cori che non abbiano affrontato i mottetti di Palestrina e i brani più celebri di ciascuna epoca storica. Personalmente ritengo che tanto basti per formare un musicista, anche se amatoriale, al bello. Tuttavia, è forte la seduzione della musica leggera e dei brani corali “easy-listening” della cosiddetta scuola americana contemporanea. Un cantore può essere certo intimidito da un brano eccessivamente difficile da comprendere o da eseguire e, allo stesso modo, un direttore che deve da una parte spendere molto tempo delle prove per studiarlo e dall’altra prendersi la responsabilità di eseguirlo di fronte a un pubblico il quale non è sempre musicalmente dotto e pronto ad accogliere musica particolarmente angolosa.

Credo che viviamo in un momento molto importante dal punto di vista compositivo: ci siamo ormai lasciati alle spalle le scuole puramente sperimentali del dopoguerra. Al tempo stesso la musica corale si è avvicinata troppo alla canzone, tanto da rendere talvolta difficile la collocazione di un brano tra musica colta o leggera. Il compositore di oggi è un equilibrista, in bilico tra banalità ed eccessiva ricerca, che può talvolta risultare repellente o caricaturale ad un primo ascolto.

I compositori di oggi hanno la responsabilità, secondo me, di non adeguarsi alle mode, di trovare un equilibrio e di esprimere liberamente la propria musica, in bilico tra tradizione ed espressione moderna, senza necessariamente annaspare disperatamente dietro all’ideale dell’innovazione.

Per me, quindi, la più importante dote per un autore corale è ed è sempre stato il buon gusto e la raffinatezza delle soluzioni armoniche e contrappuntistiche, senza tralasciare mai una continua e sempre naturale cantabilità in ciascuna delle parti.

Cosa ti guida nella scrittura? Da cosa parti? Da una frase musicale interiore, dal testo, da un accordo, dalla ricerca di una sinestesia, da un’idea sonora mentale, dalla suggestione di un ascolto…?

Uno dei motivi per cui mi sono specializzato nella scrittura vocale e corale è la profonda ispirazione che trovo nel musicare un testo poetico, soprattutto di natura sacra. Trovo assai più difficile scrivere musica cosiddetta “totale”, senza alcun riferimento testuale, e quindi per me la scelta del testo da musicare è la parte più delicata dell’intero processo creativo: talvolta nel leggere un testo mi sorge spontanea una melodia ad esso abbinata, ed è solitamente un’idea che comprende almeno due voci. La ricchezza contrappuntistica è infatti qualcosa alla quale non sono in grado di rinunciare, come invece spesso accade nella scuola americana in cui si favorisce una certa compattezza armonica data dall’omoritmia. Le idee spesso arrivano nei momenti più disparati: camminando per Roma, alla guida della mia Panda, mentre faccio la spesa, e così via. Benedetto il registratore vocale del mio smartphone che mi permette di non perdere questi attimi di anarchica ispirazione!

Preferisci usare la tonalità, la modalità, la tonalità allargata, formule da campi armonici difettivi o altro? E, se possibile, perché?

Attualmente ho un approccio modale alla scrittura, se ci mettiamo d’accordo su cosa sia la modalità. I libri di storia spesso parlano di “conquista della tonalità” o di come alcuni brani del ‘500 fossero in qualche modo “tonali”, questione, a mio modesto avviso, frutto di un fraintendimento perché la vera modalità non è, secondo me, ciò che intendiamo noi moderni con l’impiego di scale diverse da quelle maggiori e minori ma, piuttosto, un modo differente di pensare la musica. Il mondo della modalità mi ha sempre attratto, tanto da portarmi a studiare i trattati dell’epoca (Ornitoparchus, Galilei, etc…), e, paradossalmente, lo studio di questi antichissimi testi mi ha aperto un mondo su come, partendo da una sovrapposizione di voci e una serie di intervalli consentiti, si possa costruire un brano armonicamente coerente. Ovviamente nella scrittura sono sempre consapevole dell’interpretazione tonale della successione di accordi che impiego ma mi rendo conto che il più delle volte non ci penso minimamente. Quando scrivo tendo a seguire più la strada degli antichi, in un certo senso: partendo dal contrappunto e dall’intreccio delle parti costruisco delle armonie seguendo un mio personale schema di “intervalli verticalmente consentiti”, regole che talvolta amplio e modifico ma che rispetto quasi sempre con un certo rigore. Inoltre, cerco di non rinunciare mai alle norme tradizionali del contrappunto, per garantire ad ogni voce una spiccata cantabilità. Credo infatti che la godibilità delle linee melodiche si moltiplichi quando più parti “cantano bene” simultaneamente, a prescindere dal linguaggio armonico che si impiega.

Secondo te, che spazi esistono e che tecniche sono utilizzabili per rinnovare la scrittura corale in Italia, oggi? Trovi che scrivere soprattutto per amatori limiti in qualche modo le possibilità di novità?

Credo che non vi siano limiti nel canale espressivo scelto da un compositore oggi. Tuttavia, ho il sospetto che qualsiasi innovazione o profondo cambiamento di rotta nella musica corale debba necessariamente passare per l’approvazione del pubblico e dei cori, i quali sono soprattutto amatoriali: questo non è tanto un limite quanto un dato di fatto che un compositore deve necessariamente tenere ben presente. Personalmente ho sempre trovato stimolante lavorare con dei limiti, che fossero testuali, di durata, e/o di organico e difficoltà. Trovare l’equilibrio di cui parlavo prima è, secondo me, fondamentale per scrivere musica comunicativa ed emotivamente significativa, ma che al tempo stesso non rinunci alla raffinatezza e ricercatezza di fattura.

Esistono dunque spazi di novità nella scrittura corale, oggi, dopo tanti secoli di coralità? Quali, per esempio?

Difficile capire se ci sia ancora qualcosa di realmente “nuovo” da dire, dopo tanti secoli di musica e, soprattutto, dopo tanta sperimentazione nel corso del ‘900. Tuttavia le possibilità combinatorie della musica sono davvero infinite e la sensibilità musicale moderna può inquadrare tecniche del passato (anche recente) con una nuova concezione estetica, più affine al nostro tempo. A volte penso che sia come una partita a scacchi: le mosse consentite sono sempre le stesse ma la partite non sono quasi mai esattamente uguali.

Che strade potresti indicare ai cori italiani per migliorare la loro capacità di esprimere valori artistici, non solo tecnici, e per andare incontro a formule di comunicazione nuove, non già stratificate?

Il consiglio potrebbe essere quello di scegliere brani che possano in qualche modo arricchire il bagaglio di conoscenze del coro, che siano antichi o moderni. Nel canto corale ogni accordo provoca sensazioni differenti da un altro e provare queste sensazioni, interiorizzando nuove armonie, trovo sia molto importante per la crescita percettiva dei cantori. Certamente dare spazio a compositori, anche sconosciuti, può portare a scambi egregi tra compositori e cori, fornendo ai compositori stimoli di scrittura finalizzati all’esecuzione e ai cori nuovi brani da poter inserire in repertorio scritti espressamente per le loro capacità e il loro organico.

Cosa miglioreresti, invece, nei cori italiani, da un punto di vista tecnico (ovviamente in riferimento a quelli che hai ascoltato)?

Senza in nessun modo voler generalizzare, talvolta trovo che l’aspetto della tecnica vocale venga un po’ trascurato in alcuni cori che ho ascoltato: è un difetto abbastanza grave. Capita che un direttore possa essere estremamente competente in materia musicale ma che pecchi dal punto di vista vocale e, in quel caso, sarebbe bene affidarsi ad un vocal coach che curi l’aspetto prettamente tecnico per istruire ed uniformare l’emissione vocale del coro.

Quali autori ed opere sceglieresti per avviare un coro di medio livello tecnico verso la musica d’oggi?

Tenderei personalmente a iniziare dalla polifonia rinascimentale e a scegliere brani che non mettano troppo alla prova la tecnica vocale dei singoli cantori, non spingendo tenori e soprani troppo verso l’acuto. Dovendone scegliere uno, forse un primissimo brano che proporrei è O salutaris hostia di Pierre de la Rue, per la brevità, la sua semplice bellezza, la possibilità di lavorare su varie sfumature e per i brevi inserti contrappuntistici presenti.

Come giudichi l’influenza della musica pop all’interno della musica corale? La ritieni assimilabile? Ti ci ispiri? In definitiva, cosa ne pensi?

Sono consapevole di andare un po’ controcorrente ma personalmente credo ci debba essere una distinzione chiara. Vi sono dei brani che a mio parere sono vere e proprie canzoni per coro e altri che rientrano nell’ambito della cosiddetta “musica colta”.  Comunque, traendo dalla mia personale esperienza, lo studio approfondito del jazz mi ha dato una prospettiva diversa e una maniera completamente differente di intendere l’armonia, esperienza da cui traggo molto del mio linguaggio armonico: un po’ come gli antichi mi hanno insegnato, invece, la modalità e il contrappunto.

Cosa ti attrae profondamente nella scrittura corale, rispetto ad altri strumenti? Quali sono le possibilità del coro che ti ispirano?

Quando ho cantato la prima volta in coro ho sentito qualcosa di completamente differente rispetto a qualunque altro strumento avessi mai ascoltato e mi sono presto reso conto che le voci umane, combinate tra loro, si uniscono in una maniera che è ben più della somma delle parti, ovvero un’esplosione di suoni armonici che si intrecciano reciprocamente, creando una festa timbrica che è difficile da descrivere a parole. Spesso mi trovo a riflettere sul fatto che provo dispiacere per chi non può percepire queste sensazioni perché mai stato esposto alla polifonia o perché privo dell’educazione musicale per poterla apprezzare. Questa sonorità così particolare è qualcosa da cui sono fatalmente attratto e si somma all’ispirazione che trovo nel musicare un testo (di cui ho fatto menzione prima) e all’amore che ho per la voce umana in generale: i miei studi sono infatti tutti incentrati intorno alla vocalità.

Cosa ti piace di più in un coro che ascolti? Cosa apprezzi in particolare?

Senza dubbio la capacità di esprimere una vasta gamma di dinamiche differenti, e il coinvolgimento emotivo dei singoli cantori nel corso dell’esecuzione.

Ci sono formazioni corali che ti ispirano più di altre? (ad es. voci pari, infantili, coro a 6 o 8  voci, cori giovanili, etc. )

Sicuramente il coro misto è la formazione corale che più mi stimola da un punto di vista artistico, particolarmente quando ho l’opportunità di scrivere a 8 parti reali. Tuttavia i brani con così tante voci possono spesso essere ostici da eseguire per questioni di organico e insita difficoltà, per cui sono brani che riservo soltanto se richiesto dall’occasione. Nell’ambito delle voci pari preferisco scrivere per voci femminili per cercare quelle fitte armonie che sono così naturalmente efficaci nei registri più acuti.

Sono molto legato anche alla scrittura per cori scolastici o di voci bianche, avendo lavorato come insegnante di musica alla primaria. Trovo che sia fondamentale creare un repertorio di brani soddisfacenti, armonicamente interessanti e testualmente divertenti o significativi per la crescita musicale dei bambini. I canoni sono importantissimi e non ce ne sono mai abbastanza! Ritengo che dovrebbe essere obbligatorio esporre gli studenti, sin dalla primaria, alla polifonia e istruirli a cantare a più voci per consentire un adeguato sviluppo percettivo e musicale, educando al coro e al buon gusto musicale.

Come pensi che si potrebbe implementare una maggiore collaborazione tra compositori ed associazioni corali?

Credo che si debba commissionare con continuità nuova musica a compositori viventi per incentivare la continua evoluzione e vitalità del repertorio, retribuendo gli autori in base alle risorse disponibili. Cito la virtuosa iniziativa di AERCO di nominare, tramite concorso, due “composers in residence”, una figura che potrebbe e dovrebbe svilupparsi maggiormente nel nostro Paese per supportare i compositori e consentire loro di dedicarsi alla propria arte con maggiore serenità e disponibilità di tempo, dal momento che sono retribuiti per farlo.

Un’osservazione personale, per concludere…

Mi auguro che un graduale cambiamento nella scrittura e un più vasto supporto ai compositori possa, nei prossimi decenni, far sì che l’autore di musica colta torni ad essere universalmente riconosciuto ed apprezzato quella del compositore al suo antico splendore!

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