Musicologia Liturgica

La Messa (in)Cantata

la messa (in)cantata

Sgombriamo il campo dagli equivoci: se oggi produciamo musica inadeguata alla liturgia, la prima causa è da ricercare nella debolezza della nostra stessa fede. Da essa, infatti, traiamo ispirazione divina dalla quale scaturiscono i carismi ed i doni, le volontà e le azioni, e la Messa è (anche) la sintesi del canto della nostra vita quotidiana; se essa è carente o, addirittura, assente nelle nostre azioni comuni, certamente non sarà facilmente esprimibile nel più alto atto di culto a Dio, Salvatore e Redentore.

A ciò fa eco una serie considerevole di luoghi comuni, nati per lo più da interpretazioni deviate (per superficialità o, peggio, per interesse) della riforma del Concilio Vaticano II[1]: “i canti devono essere semplici”, “tutti devono poter cantare tutto”, “la musica deve essere specchio del comune sentire” … quante volte siamo stati redarguiti con simili espressioni, e quanto abbiamo subito increduli gli incoraggiamenti di certi discutibili repertori che, a dire di molti, avrebbero attratto fiumane di giovani fedeli nelle nostre assemblee. Mai registrati assembramenti rilevanti, almeno per quanto ne sappia io!

Nonostante alcuni irriducibili ancora stoicamente arroccati sulle loro posizioni, da alcuni anni la riflessione appare più costruttiva e meglio disposta; i tanti studiosi di musicologia liturgica hanno contribuito nel tempo a formare un pensiero analitico e scientifico, in grado di dare risposte serie e credibili ai musicisti e ai pastori, a patto, ben inteso, che ci sia reciproca volontà ricettiva.

Non ha più senso pensare che tutto sia sbagliato, che “solo nel passato si facevano le cose per bene”: siamo tutti chiamati ad una responsabile formazione e ad un aggiornamento che ci permetta, finalmente, di cambiare le cose con l’autorevolezza della competenza e non attraverso l’abuso della ignorante autorità, abbandonando definitivamente la sterile polemica e, soprattutto, “l’inutile nostalgia dei bei tempi andati”.

Per intenderci con chiarezza, occorre primariamente partire da un concetto basilare: la liturgia non è cosa nostra, non ci appartiene. Ne parleremo diffusamente quando rifletteremo sulla questione della “partecipazione attiva”; ci basta, per ora, entrare nell’ottica che è Dio nella Liturgia che agisce sul Suo Popolo, alla “mensa della Parola e dell’unico Pane spezzato”. È Lui la Vera Azione, noi, di risposta, siamo la re-Azione; ci siamo ingannati pensando erroneamente di “abbassare” il mistero di Dio a livello dell’uomo, e così facendo abbiamo di conseguenza tentato di semplificare il tutto portandolo al nostro “pianterreno”: la nostra fede è, però, basata non sulla discesa, ma sulla salita, anche quando questa è impervia e faticosa come quella del Calvario, senza il quale però non esisterebbe il mattino di Pasqua. Abbiamo quindi optato per la soluzione più facile, capace di crearci meno grattacapi possibili, ignorando la chiamata a salire all’altezza del mistero, in forza della nostra stessa fede. Appunto, la fede: torniamo al punto di partenza!

Appropriandoci del culto liturgico, invece, abbiamo introdotto nel corso degli anni tutto e il contrario di tutto e, musicalmente parlando, ciò si è concretizzato appiattendo le forme, le gerarchie strumentali, le liriche dei testi, le correttezze armoniche, incrementando le banalità melodiche, insomma, abbattendo, in tutto o in parte, ciò che la “Traditio” ci aveva generosamente consegnato: ci siamo convinti (dentro e fuori dalla Chiesa) che avremmo potuto fare di testa nostra, indipendentemente dalla sostanza del mistero celebrato, il cui culmine è Cristo, morto e risorto. Lo abbiamo relegato al ruolo di comprimario, mettendo altro al centro dell’attenzione! Abbiamo creato ex-novo figure di dubbia utilità, quale l’animatore, come fossimo in un qualsiasi villaggio vacanze o su una spiaggia ferragostana, ignorando che la liturgia non fosse già animata autonomamente in virtù della pluralità dei segni sacramentali ma, anzi, ritenendo che il nostro intervento diretto fosse determinante e decisivo.

Di fronte a questo paesaggio sconcertante e un poco deprimente, abbiamo la responsabilità di riprendere con vigore la corretta direzione, per tentare di riportare le cose nella loro giusta ottica e dimensione, come uomini di fede e come musicisti impegnati. Siamo chiamati a renderci conto scientemente che non possiamo fare esclusivamente quello che vogliamo senza alcun criterio di riferimento, basandoci solo sul nostro “sentire”, sulla pur positiva sensibilità personale, ma fortemente interpellati ad un sano interrogativo: per dirla con Paolo VI “Non tutto è valido, non tutto è lecito, non tutto è buono. Qui il sacro deve congiungersi con il bello in una armoniosa e devota sintesi[2], siamo esortati a coltivare quel sensus ecclesiae, che si esprime nel discernimento della musica nella liturgia.

A questo punto, allora, chiediamoci che cos’è la “Musica Liturgica”.

Nello specifico, “Liturgico” significa, sostanzialmente, “aderente al Rito”, o meglio, che “scaturisce dal rito stesso”, predisponendo e proporzionando il segno musicale primieramente alle esigenze rituali[3]. Dunque, il valore rituale di un canto è il primo criterio da ricercare, allo stesso modo degli altri non meno importanti valori musicali ed artistici. Guai a decentrare questo equilibrio! L’obiettivo, quindi, è quello di coniugare arte e funzionalità, cosa non facile da attuare con uno sbilanciamento vuoi a favore dell’uno o dell’altro.

È di gran lunga la strada più difficile!

Potremmo allora parlare indifferentemente di musica liturgica o “rituale”: essa sarà tale quanto più saprà rendere evidente il rito, cioè saprà corrispondere adeguatamente in qualità di “segno” al rito al quale essa stessa è applicata.

Cosa intendiamo per “Rito”? È l’insieme delle parole e dei gesti che identificano le diverse parti della Liturgia secondo un ordine stabilito da Cristo e dalla Sua Chiesa. Il “Segno” ad esso applicato, fa leggere in trasparenza il mistero celebrato ed in esso presente, esprime una attitudine interiore e, insieme, la stimola e le garantisce efficacia. Il rapporto tra “Res” e “Signum” si concretizza attraverso alcuni criteri pratici e concreti di “funzionalità liturgica” o, semplicemente, di “liturgicità”.

Proviamo ad elencarne alcuni:

  • Rispetto del Tempo liturgico: un canto di avvento non sarà uguale ad uno di quaresima, il Natale non potrà essere significato come la Pasqua, così pure il tempo ordinario, dotato di una sua dignità propria ed un suo ordinato svolgimento, non potrà essere colonizzato da eccessiva genericità o, peggio, da continui brani passe-partout;
  • Scelta aderente del genere e della forma musicale: c’è differenza tra cantare un inno da una antifona, una litania da un mottetto o da un brano tropato ecc. La forma innica del Gloria, ad esempio, non comprende né ammette ritornelli banali e fantasiosi;
  • Utilizzo di un linguaggio musicale chiaro e adeguato, evitando melodie impossibili e ritmi da balera, sottolineato da strumenti coerenti e suonati ad arte, senza pestaggi selvaggi o atteggiamenti smaniosi;
  • Controllati ritmi temporali di svolgimento: per capirci, non possiamo cantare un Kyrie di otto minuti come nel passato, ampliando una forma litanica che, strutturalmente, è immediata e diretta, e lo stesso si può dire per le altre parti dell’Ordinarium Missae (a proposito: quanto resisterà la prassi persistente e deleteria di sedersi al Gloria?). Ancora, parrebbe opportuna una pur semplice regia liturgico-musicale, che si può realizzare concordando preventivamente le azioni, per capire (ad esempio) se i riti di ingresso e di offertorio prevedano la processione o l’incensazione, così da stabilire le giuste tempistiche dei canti e i coerenti interventi strumentali;
  • Utilizzo di testi adeguati che provengano direttamente dai libri liturgici o che, almeno, siano approvati: sentiamo cantare di tutto, e purtroppo non sempre la ortodossia teologica è perfettamente rispettata. Rinvio questo tema ad uno specifico momento di successiva trattazione;
  • Rispetto dei caratteri della “vera arte” della “bontà e santità di forme” e della “universalità”, ossia tutto ciò che da Pio X (Motu Proprio Inter sollecitudines, 1903) fino ad oggi è peculiarmente richiesto alla musica destinata ai sacri riti: anche di questo parleremo diffusamente più avanti.

Da questi criteri parte, dunque, la nostra riflessione. Non illudiamoci di ragionare esclusivamente su fredde e rigide norme: se così fosse ci inganneremmo, dato che una legislazione umana è limitata e limitante, lo sappiamo. I principi che stiamo analizzando, invece, sono i frutti maturi di una teologia della musica sacra che sfocia in una applicazione pratica ponderata che è rituale ed estetica al tempo stesso. Non si tratta, in sostanza, di fare delle scelte “per forza” ma, in aderenza il più possibile perfetta con il rito, di realizzare quei segni che favoriscano nel cuore dell’uomo l’interiorizzazione del mistero celebrato.

 

[1] Benedetto XVI, Discorso di auguri di Natale alla Curia Romana, 22 Dicembre 2005.

[2] Paolo VI, Discorso alle religiose addette al canto liturgico, 15 Aprile 1971

[3] V. Donella, “Musica & Liturgia”.

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2 thoughts on “La Messa (in)Cantata
  1. Perfettamente in sintonia con quanto da Lei descritto! Servirebbe che anche i Celebranti si adeguassero a questi poche regole, fondamentali e certe. Porterebbero anche a vivere meglio la sacralità della Celebrazione.
    Grazie, maestro Enrico Vercesi per le Sue illuminate disquisizioni.

    1. Grazie Sig. Brugiolo.
      Sono piccoli pensieri che, mi auguro vivamente, possano contribuire a far crescere il livello e la qualità della musica nelle nostre liturgie.
      Mi stia bene.
      Enrico.

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