comporre nell’era digitale
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La tecnologia come estensione del pensiero

Comporre, per me, non è mai stato un esercizio di stile o una scelta di carriera, ma una necessità ineludibile, una sorta di “bisogno primario”. 

Oggi rappresenta l’esigenza di far sì che l’immaterialità del suono e la profondità dello spirito possano finalmente trovare un accesso nel mondo materiale. In questo senso, la scrittura musicale è stata da sempre il mio canale privilegiato (e spesso l’unico) per esprimere con sincerità ciò che altrimenti resterebbe incompiuto e per rendere tangibile quella necessità di condivisione che ci definisce come esseri umani.

Nelle fasi iniziali di questo percorso, la mia libertà creativa non conosceva altro mezzo che la matita e la carta. 

Il foglio bianco rappresentava un luogo dove mi sentivo libero non solo di scrivere, ma quasi di dipingere la mia musica. Mi trovavo agli inizi di un cammino di maturazione che non riguardava solo l’aspetto tecnico, ma l’intera dimensione umana: ero ancora molto giovane, privo di quella profondità di pensiero e di quel carico di esperienze, anche dolorose, che la vita mi avrebbe poi presentato man mano che gli anni passavano. Eppure, in quel segno grafico risiedeva già l’unico tramite possibile tra la mente, il cuore e la realtà materiale.

Ricordo bene i primi approcci con i software musicali alla fine degli anni Novanta. Manovrarli richiedeva già allora una competenza informatica non banale, ma la loro resa non era affatto soddisfacente. 

Scrivere era un processo tecnicamente difficoltoso e faticoso, ma l’aspetto più critico era il risultato sonoro: le riproduzioni che si potevano ascoltare non erano minimamente all’altezza dell’idea musicale che avevo in testa. Anzi, quei suoni elementari potevano paradossalmente risultare un ostacolo, poiché rischiavano di trarre in inganno l’orecchio e la sensibilità di me che in quel momento componevo. 

In quella fase, la guida sonora mentale che custodivo nel silenzio era molto più affidabile e ricca di qualsiasi anteprima digitale. La tecnologia, allora, non era un ponte, ma quasi un ostacolo che rischiava di impoverire l’immagine sonora e l’idea musicale che risiedevano nel profondo del pensiero.

Col passare degli anni, la tenacia nel non smettere mai di desiderare la scrittura e la fortuna di incontri preziosi con realtà che hanno reso la mia musica “viva” (attraverso l’esecuzione di persone in carne ed ossa) si sono intrecciate con un’evoluzione tecnologica sempre più pervasiva. 

Per un compositore con il mio approccio, questo cambiamento ha rappresentato un vantaggio inestimabile. I moderni software di scrittura, infatti, mi permettono adesso di stare finalmente al passo con una mole di pensieri spesso gigantesca, catturando la velocità del flusso creativo prima che svanisca.

comporre nell’era digitale

Si crea così un paradosso fecondo: se da un lato la tecnologia asseconda la rapidità del primo getto, dall’altro offre strumenti senza precedenti per quella pignoleria che mi contraddistingue nella fase successiva. È un vero e proprio lavoro di crafting, una limatura continua e quasi ossessiva, che mi permette di tornare su una singola battuta o su una sequenza di note decine, forse centinaia di volte. 

In questo senso, il digitale supera la resistenza fisica della matita e della gomma: laddove sulla carta correggere ripetutamente rischiava di diventare tecnicamente difficoltoso e frustrante, il supporto informatico apre alla ricerca della perfezione chirurgica. 

Questa alternanza tra l’impeto di una produzione vasta e veloce e la successiva operazione di rifinitura microscopica definisce oggi il mio modo di creare, trasformando il mezzo digitale in un’estensione dinamica della mia stessa mente.

Sento spesso affermare che la sempre più semplice accessibilità degli strumenti digitali possa portare a un impoverimento dell’arte o all’illusione che chiunque, dotato del software giusto, possa definirsi compositore. 

Il compositore Giulio De Carlo

Ritengo, a tal proposito, di dover fare una precisazione doverosa: personalmente, sono un sostenitore del digitale in ogni ambito della vita umana, proprio perché convinto che il mezzo resti, appunto, un mezzo. L’essere umano rimane al centro e la tecnologia agisce esclusivamente come un potenziatore (o un depotenziatore) di capacità, attitudini e volontà che devono essere già presenti nell’individuo. 

Se il digitale si fa più pervasivo nell’atto compositivo è per permettere al musicista di liberare il tempo, le mani e le funzioni esecutive, così da poter dedicare ogni risorsa del cervello e del cuore agli aspetti più profondi e identitari della creazione.

È un processo simile a quello che osserviamo, in linea generale, nell’evoluzione del pensiero umano: se è vero che la digitalizzazione muta abitudini antiche, (come la scrittura manuale in corsivo, ad esempio) è altrettanto vero che questo “disimpegno” meccanico permette di attivare zone del cervello preposte a funzioni più complesse, come la metacognizione. 

Nel mio processo creativo il software non scrive al posto mio, ma si fa carico del peso “materiale” della nota, permettendomi di abitare lo spazio del pensiero puro, della struttura e del significato. 

Il digitale, dunque, non è una scorciatoia per aggirare la fatica del comporre, ma una porta aperta verso una consapevolezza più alta, dove l’intelligenza dell’uomo e la precisione della macchina collaborano per dare forma a ciò che, altrimenti, potrebbe correre il rischio di rimanere prigioniero del silenzio.

In questo scenario il digitale si rivela anche un alleato determinante per affrontare una sfida che il compositore contemporaneo non può più ignorare: la necessità di farsi imprenditore di sé stesso. 

In un ambito come quello della musica corale, che potremmo definire la nicchia di una nicchia, l’obiettivo di questa auto-promozione non è certo la vanagloria o il profitto economico, ma risponde alla necessità spirituale di vedere e ascoltare la propria musica prendere vita attraverso l’esecuzione di un coro. 

Condividere un’espressione della propria anima con gli altri richiede che il lavoro venga riconosciuto e, per ottenere questo risultato, la tecnologia offre strumenti un tempo impensabili.

Al giorno d’oggi, infatti, sottoporre un nuovo brano a un direttore d’orchestra o di coro significa anche fornirgli i mezzi per comprenderlo nel minor tempo possibile. Se alla fine degli anni Novanta il digitale era un ostacolo alla comprensione, adesso una partitura curata e un’anteprima sonora realizzata con suoni sintetizzati di alta qualità permettono al direttore di farsi un’idea precisa e immediata della composizione. 

L’evoluzione tecnologica è andata persino oltre con l’avvento di strumenti basati sull’intelligenza artificiale, come ad esempio l’app Cantāmus, che permettono di generare versioni cantate del brano con una resa del testo e dell’articolazione sorprendentemente vicina alla realtà. 

Naturalmente queste voci artificiali non potranno mai sostituire la profondità, il colore e l’intensità di un coro in carne ed ossa, ma svolgono una funzione cruciale: accorciano le distanze tra l’idea originale del compositore e la percezione del direttore.

Siamo di fronte a un capovolgimento rispetto al passato: la tecnologia non è più un filtro che inganna, ma un supporto che ottimizza i tempi di attesa e riduce la fatica della comprensione tecnica. 

Questo risparmio di energie “logistiche” permette di liberare spazio per ciò che conta davvero: la collaborazione umana tra compositore e direttore e la ricerca comune dell’intenzione e dell’interpretazione da dare al brano. 

Grazie al digitale, il tempo che un tempo veniva utilizzato nel tentativo di decifrare una bozza o un’anteprima mediocre, può essere oggi reinvestito in quegli aspetti puramente artistici e relazionali che solo l’incontro tra persone vive può generare. La macchina, paradossalmente, prepara il terreno affinché l’umanità del canto possa esprimersi con ancora più forza e consapevolezza.

Sebbene tutte le riflessioni umane tendono a nascere da un percorso personale, ritengo che le convinzioni che ci muovono debbano sempre essere corroborate dall’osservazione di una realtà che cambia, per non rischiare di trasformarsi in sterili prese di posizione. 

Abbiamo pertanto il dovere di essere lungimiranti, quasi profetici, nei confronti della contemporaneità: arroccarsi in una difesa nostalgica di metodi che sono stati eccellenti nel loro tempo è un esercizio inutile. 

In un mondo iperconnesso e globalizzato, la musica deve aprirsi a nuovi orizzonti digitali con fiducia. 

Mi piace pensare alla tecnologia come a uno strumento nato per sollevare l’uomo non dallo sforzo della creazione, ma dalla fatica della meccanicità. 

Il processo creativo di un compositore può ricordare il lavoro di un architetto che ha in mente una grande idea: un tempo egli doveva essere simultaneamente minatore per estrarre il marmo e muratore per posare i blocchi, logorando le proprie energie nella parte più “sporca” e faticosa del processo. 

Oggi, invece, il digitale ci permette di delegare alla macchina il ruolo del minatore e del muratore, consentendo al compositore di concentrare tutta la propria energia vitale sulla sua visione architettonica. 

Certamente se mancano lo studio, la riflessione e le capacità individuali, nessuna macchina potrà mai generare bellezza: ma nelle mani di chi possiede un’idea autentica e la volontà di farla risuonare nel mondo, il digitale può diventare un mezzo potente, per elevare l’architettura dell’anima verso le vette che le competono.

About Post Author

Giulio De Carlo

Giulio De Carlo, nato a Catanzaro il 28/01/1981. Ha iniziato i suoi studi musicali privatamente all’età di undici anni con il flautista M° Francesco Critelli.  Ha perfezionato la sua formazione con il flauto traverso con il M° Claudia Pochini. Nel tempo si è dedicato allo studio della musica corale e ha approfondito le sue conoscenze partecipando a numerosi corsi di perfezionamento tenuti da diversi Maestri. Da sempre svolge un’intensa attività compositiva, sia nel campo strumentale che vocale, producendo numerosi lavori originali premiati in diversi concorsi nazionali e internazionali. Ha collaborato, in Italia e nel mondo, con direttori, artisti e strumentisti di chiara fama, che hanno eseguito in svariate occasioni le sue opere. È attualmente il direttore del Coro Polifonico Singing Cluster di Catanzaro.  
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