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Diario di bordo per una brillantezza corale

Durante una prova corale, quando il suono sembra sollevarsi da terra, le voci, prima distinte e corporee, dense di individualità, si fondono in un’unica vibrazione luminosa: la massa corale si alleggerisce, i contorni si sfumano, e ciò che resta è una trasparenza sonora impalpabile, difficile da tradurre in parole, ma immediatamente riconoscibile. È il suono ‘brillante’, ‘luminoso’, ‘etereo’ che ogni direttore va ricercando. Ma come ottenerlo? E, soprattutto, perché in certe occasioni — in una chiesa, su un certo accordo, in un preciso istante — sembra scaturire spontaneamente, come un fenomeno naturale? La risposta, come spesso accade in Arte, non è univoca. Dietro questa qualità timbrica si intrecciano molteplici fattori: fisici, acustici, fisiologici e percettivi, ma anche dimensioni immaginative e culturali: la brillantezza del suono corale è al tempo stesso una costruzione tecnica e un’esperienza estetica, un equilibrio tra la scienza dell’emissione vocale e la poetica dell’ascolto collettivo. Si tratta di predisposizione e ricerca d’insieme.

La brillantezza come fenomeno acustico

La Fisica ci insegna che la brillantezza di un suono dipende dalla distribuzione dei suoi armonici superiori. Ogni voce produce, insieme alla frequenza fondamentale (f), una serie di parziali più alti: 2f, 3f, 4f, e così via. È questa serie a determinare il colore del suono. Quando gli armonici alti (oltre i 2000 Hz) sono ben presenti e coerenti, il timbro appare chiaro, penetrante, ‘brillante’ appunto. Quando prevalgono gli armonici bassi, il suono diventa caldo, scuro, più ‘corporeo’, massivo. L’esperto di voce cantata svedese Johan Sundberg (1936), negli anni Settanta, identificò un fenomeno fondamentale: la formante del cantante (si consiglia la lettura del suo The Science of the Singing Voice). Analizzando il suono di voci liriche, scoprì che l’energia acustica tra i 2500 e i 3500 Hz si concentrava in una sorta di bolla di risonanza che permetteva alla voce di emergere anche sopra l’orchestra. Nei cori, un fenomeno simile può manifestarsi collettivamente: quando le voci si allineano armonicamente e timbricamente, il coro intero genera una sorta di formante corale, un picco acustico nella stessa zona di frequenze. È questo che dà la sensazione di luce e trasparenza. È ciò che si va cercando e a cui è impegnativo dare identità: il suono del coro. Tuttavia, questa luminosità non dipende solo dall’intensità o dal volume. Al contrario: un suono troppo forte tende a comprimere gli armonici, rendendo la voce più densa e opaca. Il segreto sta nella risonanza, non nella forza: il suono deve ‘risplendere’, non ‘spingere’.

Cantare in maschera: la risonanza alta

Il termine maschera ha origini belcantistiche datate, ma ancora oggi resta una delle chiavi più efficaci per comprendere la brillantezza. Quando si canta ‘in maschera’, si percepisce la vibrazione non nella gola o nel petto, ma nella parte alta del viso: zigomi, radice del naso, fronte. Non è un luogo fisico di emissione, ma una zona percettiva di risonanza che orienta il suono verso gli armonici più alti. Ed è affascinante da scoprirsi per i cantori amatoriali! Dal punto di vista fisiologico, questa sensazione deriva da una configurazione precisa: 1) sollevamento morbido del palato molle, che amplia la cavità orale e crea spazio di risonanza; leggero abbassamento della laringe, che stabilizza la colonna d’aria; posizione ‘alta’ della voce, con una minima apertura del tratto vocale anteriore (come nelle vocali i é). L’esercizio classico è il suono su ng (come nella parola inglese sing), che permette di percepire e vivere la vibrazione nella testa. Da lì, si può passare gradualmente a vocali più aperte, cercando di mantenere quella stessa sensazione luminosa. È utile anche il passaggio contrario, dalle vocali più aperte a quelle più chiuse (si parla qui di ampiezza dell’apertura della bocca); ad esempio: A – È – Ò – Ó – È – Ö – U – I – Ü … Magari intonate in successione su un unico suono per cercare un ottimo impasto vocale uniforme, coeso, brillante. Quando un intero coro canta ‘in maschera’, l’effetto è immediato: la risonanza si unifica, gli armonici si sommano, e il suono collettivo acquista quella lucentezza che sembra provenire da altrove.

L’intonazione: dove nasce la luce

Quando due o più voci producono frequenze perfettamente proporzionali (per esempio una quinta giusta, con rapporto 3:2), gli armonici coincidono e si rafforzano. Il risultato è una risonanza combinata che genera la sensazione di ‘chiarezza’. Al contrario, se le frequenze divergono anche di pochi cent, gli armonici interferiscono e producono battimenti che sporcano il suono. Per questo motivo, si potrebbe cercare di lavorare sempre più spesso su intonazioni naturali, più vicine ai rapporti matematici puri che al temperamento equabile del pianoforte. Un Do maggiore intonato naturalmente risuona con maggiore stabilità e luce, proprio perché le relazioni tra le voci non sono compromesse da aggiustamenti temperati. È lo stesso principio che fa vibrare in modo perfetto una campana tibetana: armonici che si sommano invece di combattere. A tal proposito, L’intonazione del coro. Manuale teorico-pratico per direttori di coro, coristi, cantanti, di Per-Gunnar Alldahl (1943), è un ottimo testo da cui prendere spunto anche per esercizi molto concreti da realizzare con il coro. Anche nel repertorio contemporaneo questa ricerca di purezza timbrica è centrale; ad esempio: György Ligeti (1923-2006), nel suo Lux aeterna (1966), costruisce masse corali sospese su micro-intervalli calcolati con precisione millimetrica: piccole deviazioni di intonazione creano e dissolvono la brillantezza, come un fenomeno di luce che si accende e si spegne. Morten Lauridsen (1943), invece, nel suo O nata lux tratto da Lux aeterna (1997), ottiene l’effetto opposto: accordi perfettamente fusi, senza attriti, che si aprono come raggi nel riverbero grazie alla risonanza.

Il respiro come veicolo di trasparenza

L’idea di ‘leggerezza’ non è da fraintendere, non significa debolezza o mancanza di sostegno, ma – al contrario – pienezza di fiato in equilibrio. Un suono etereo nasce da un flusso d’aria continuo, costante, mai rigido. Il fiato è il motore, ciò che rende vivi gli armonici: se il respiro è instabile, la luce del suono si spegne. La pedagoga Nadia Boulanger (1887-1979) diceva che “il fiato è la corrente su cui galleggia la musica”. Nei momenti più luminosi del repertorio — pensiamo alle sfumature polimodali di Eric Whitacre (1970) — si percepisce proprio questa qualità: il suono sembra respirare insieme all’aria, non separato da essa.

Per ottenere tale cristallinità, il coro e il direttore possono esercitarsi, ad esempio, su:

  • sospiri sonori: emettere un filo di voce su un’espirazione lunga e morbida, cercando la continuità del fiato;
  • accordi tenuti ‘in sospensione’, in cui ogni cantore percepisce la vibrazione del gruppo come un unico respiro condiviso, scambiandosi il fiato e mantenendo la riverberazione dell’accordo a lungo;
  • frasi fluttuanti, possiamo così definire le frasi musicali eseguite senza interruzioni di sostegno, anche nei pianissimi.

Il suono etereo non nasce dalla rarefazione, ma dal controllo dell’energia: meno spinta, più scorrimento. Un caro maestro mi ha sempre ricordato che “il canto è un grido controllato”. Aveva ragione!

L’acustica come strumento invisibile

Ogni direttore e ogni bravo corista sa che il luogo in cui si canta può trasformare radicalmente il suono del coro. In una sala asciutta e assorbente, la brillantezza rischia di diventare ‘aridità’; in una chiesa molto riverberante, al contrario, la luminosità può trasformarsi in ‘confusione’. L’acustica non è neutra: è parte integrante della resa timbrica. Nei contesti ideali, il coro ‘gioca’ con lo spazio, imparando a proiettare il suono nella sala. Spesso si invitano i cantori a ‘cantare verso la cupola’, a ‘riempire l’aria’, a ‘mandare il suono al fondo della chiesa’: immagini che sembrano poetiche, ma che hanno un fondamento acustico. Proiettando il suono verso zone più alte o lontane, le voci si allineano naturalmente nella direzione più efficiente della propagazione, e gli armonici trovano una superficie su cui risuonare.

L’omogeneità timbrica: un prisma di luce

La brillantezza collettiva nasce anche dall’uniformità del materiale vocale. Se ogni sezione del coro produce un timbro troppo differente, gli armonici non si sommano: si disperdono. Il direttore ha allora il compito di modellare il colore del coro come un pittore mescola i pigmenti. La prima regola è l’ascolto reciproco: ogni cantante deve percepire la propria voce come parte di un insieme, non come sorgente autonoma. Il suono brillante è un suono collettivo, in cui nessuno prevale. La seconda regola è la gestione delle vocali, come precedentemente evidenziato: la loro apertura e purezza è determinante per la fusione. Vocali troppo divergenti (una a ampia accanto a una a chiusa) rompono la coerenza armonica. Un coro che riesce a ‘colorare’ le vocali nello stesso modo — a livello di forma del tratto vocale — produce un suono naturalmente più luminoso. Il termine tecnico che si è ormai diffuso è il vocal shaping, ovvero micro-correzioni della bocca e della lingua per rendere le vocali uniformi. Attenzione, non si tratta di livellare le personalità vocali, ma di unificare la direzione del suono. Il risultato è sorprendente: quando le vocali coincidono, gli armonici si sommano e il suono si apre, come un raggio che passa attraverso un prisma di diffrazione.

Dinamica e articolazione: il gesto della luce

La brillantezza non è solo una questione statica di timbro, ma anche di dinamica del gesto vocale. Un coro che canta con articolazione fluida, linee sonore ampie e attacchi precisi trasmette energia agli armonici superiori. Viceversa, un canto opaco, pieno di aria e con consonanti dure e staccate spezza il flusso e opacizza il suono. L’articolazione eterea nasce da un equilibrio: consonanti ben costruite, ma non dure, legate al respiro e mai alla forza muscolare. Tale suono si ottiene non aggiungendo energia, ma togliendo pesantezza.

L’immaginazione sonora: ‘pensare’ la luce

Dietro un bel suono corale c’è sempre una visione sonora condivisa. Le immagini, più delle istruzioni tecniche, modellano il modo di cantare. Un direttore che chiede di cantare come il riflesso del sole sull’acqua otterrà un suono diverso da chi chiede semplicemente più etereo. Le metafore guidano inconsciamente la postura, la respirazione, l’apertura del tratto vocale: sono strumenti potentissimi di costruzione timbrica. Perché? Perché la gran parte dei muscoli coinvolti sono involontari ed è impossibile ‘costringerli’ a fare ciò che vorremmo, ma è possibile ‘condizionarli’ ad agire come desideriamo attraverso immagini che ‘ingannano’ il cervello. L’immaginazione agisce come un filtro percettivo: quando i cantori immaginano la luce, la voce si ‘eleva’; quando immaginano la pesantezza, la voce si ‘aggrava’. E in un contesto corale, questa coerenza di immaginazione è ciò che contribuisce ad ottenere il suono etereo.

Il ruolo scultorio del direttore

Il direttore di coro non è soltanto un gestore, un vigile, di intonazioni e ritmi: è uno scultore di risonanze.
Le sue mani modellano l’aria, indicano la densità del suono, suggeriscono la sua temperatura timbrica. Per ottenere brillantezza, il gesto deve dare spazio a movimenti che invitano all’espansione, non alla pressione. Lavorare con immagini visive del gesto: la luce che si staglia, la superficie dell’acqua che vibra e oscilla, una scintilla che si propaga. Il gesto diventa così un ponte tra l’intenzione e la voce, e il coro, seguendo questa immagine, risponde non solo ritmicamente ma anche timbricamente. 

Tecnica VS Percezione

Ciò che è fondamentale è l’esperienza percettiva. L’ascoltatore non sente ‘più armonici, bensì ‘più luce’. E tale luce non è qualcosa che esiste nel suono, ma nel modo in cui il cervello lo interpreta: un insieme di vibrazioni, riflessi e memorie che evocano sensazioni visive. Possiamo dire che, a livello retorico, la voce umana, nella sua parte più alta dello spettro, tocca regioni in cui udito e vista sembrano confondersi: la brillantezza è, in fondo, una sinestesia. Forse è per questo che i termini ‘etereo’ e ‘vitreo’ restano insostituibili, in quanto rimandano all’idea di qualcosa che sfugge alla materia, che non si può afferrare. Ma la costruzione di tale suono è tutt’altro che mistica: nasce da gesti concreti, da muscoli, da millimetri di spazio tra la lingua e il palato, da proporzioni acustiche misurabili. Il mistero sta nel fatto che la somma di queste precisioni produce un effetto che trascende la tecnica.

Taccuino conclusivo: seguiamo la luce condivisa

Ottenere un suono brillante ed etereo da un coro significa dunque unire scienza e sensibilità artistica ed è la risultante di molte forze convergenti: 1) la risonanza alta della maschera, 2) l’intonazione naturale che esalta gli armonici, 3) il respiro controllato e continuo, 4) l’uniformità timbrica delle vocali, 5) la consapevolezza dello spazio acustico e 6) la percezione collettiva che orienta il gesto e l’ascolto. Se tutto questo si realizza, il suono del coro non appartiene più ai singoli, ma diventa una materia luminosa, condivisa, sospesa tra respiro e silenzio. Si tratta del momento in cui, come scriveva il poeta Rainer Maria Rilke (1875-1926), “il canto non è più nel canto, ma nell’ascolto”. Un istante fragile e perfetto, in cui l’aria stessa sembra vibrare di luce.

About Post Author

Luca Buzzavi

Luca Buzzavi ha conseguito con il massimo dei voti il Diploma di Secondo livello in Prepolifonia presso il Conservatorio G. Verdi di Torino sotto la guida del m° Fulvio Rampi, il Diploma di Primo livello in Direzione di coro e Composizione corale (con lode e menzione d’onore) presso il Conservatorio L. Campiani di Mantova, la Laurea in Fisica (con lode) presso l’Università di Bologna, i Master Universitari di I livello in Didattica e Psicopedagogia per DSA e BES e in Strategie e buone pratiche nelle classi multiculturali (entrambi con lode). Ha studiato Chitarra Classica e seguito numerose masterclass sulla Direzione corale. Insegna Chitarra classica, Ear training e Canto corale presso la Fondazione Andreoli dei comuni dell’Area Nord di Modena all’interno della quale prepara la classe di canto corale costituita dal Coro di voci bianche e giovanili Aurora. Per la stessa Fondazione è esperto esterno nella Scuola Primaria per progetti inerenti la Propedeutica Musicale e il Coro scolastico e membro dell’equipe del Progetto Disabilità. È direttore artistico di Accademia Corale Teleion (Poggio Rusco – MN) dove segue il coro da camera Gamma Chorus e la Schola gregoriana Matilde di Canossa, organizza e tiene seminari e corsi estivi con illustri docenti sul Canto Gregoriano e la Polifonia; in particolare è direttore artistico e docente presso la Scuola e il Corso estivo di Canto Gregoriano in collaborazione tra Accademia Corale Teleion e l’ensemble professionale Cantori Gregoriani. È docente del 1° Corso online di Canto Gregoriano e del 2° Corso online: Attualità e Retorica nel Canto Gregoriano, promossi da AERCO. Dirige da settembre 2020 la Schola Gregoriana Ecce promossa da AERCO. È membro del Comitato editoriale delle riviste FarCoro e Dirigo, docente al Corso regionale per direttori di cori scolastici promosso da AERCO e membro della Commissione Artistica di USCI Lombardia nel triennio 2018-2020. Ha ottenuto importanti risultati e riconoscimenti in concorsi corali nazionali in veste di direttore, compositore e commissario.
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