
Era il IX secolo quando Cirillo e Metodio, fratelli originari di Salonicco, evangelizzarono i popoli slavi traducendo i testi sacri in glagolitico, dal quale prese vita il cirillico incorporando i caratteri dell’alfabeto greco bizantino.
Era il 1980 quando Papa Giovanni Paolo II li proclamò compatroni d’Europa riconoscendo la loro opera come ponte spirituale tra oriente e occidente.
La chiesa ortodossa è un mondo spiritualmente ricchissimo, a prima vista saldamente ancorato alle origini. La sacralità della liturgia bizantina riannoda i fili del tempo e risveglia in chi vi prende parte un senso profondo di religiosità. Si ritrova in essa la matrice, il fondamento, l’origine da cui le strade del cristianesimo si sono diramate.
La solennità del rito ortodosso si nutre della sontuosità dei decori, degli argenti delle icone, dei candelabri, degli ori e del luccichio delle fiammelle delle tante candele conficcate nella sabbiera. Nelle chiese bizantine l’iconostasi separa il sacro dal terreno, l’officiante dal popolo dei fedeli. Il contatto con il misterico avviene dunque quasi esclusivamente grazie alla voce, senza la mediazione di strumenti musicali perchè solo la voce umana é lo strumento adatto a cantare le lodi di Dio. La voce dell’officiante e quella del coro che diviene il veicolo attraverso il quale la comunità degli uomini si congiunge simbolicamente con la luce divina, risuonano durante tutta la liturgia.
Il Natale è ormai prossimo e la luce delle vetrine e degli addobbi tenta di confondersi con quella dirompente che emana dal mistero divino. Gli ori dei mosaici nei templi bizantini riflettono il fulgore della nascita mirabile. Le voci profonde e senza tempo dei cantori spalancano le porte alla grandiosità del sacro.
Della musica corale nella chiesa ortodossa abbiamo dialogato con Anna Kaira, direttrice del coro della Chiesa serbo-ortodossa di San Spiridione di Trieste.
Scorrendo la storia del coro della chiesa di San Spiridione di Trieste, salta subito all’occhio che sei la prima donna e di religione ortodossa dalla fondazione del coro nel 1837 alla guida della compagine. Hai raccolto un’eredità ricca e porti un testimone importante.
Sì, la Chiesa e la Comunità serbo-ortodossa a Trieste ha una storia molto particolare e per certi momenti anche unica. La comunità serbo-ortodossa di Trieste rappresenta una di tre comunità storiche di Trieste e nacque sotto l’Impero Austro-Ungarico nel XVIII secolo con l’arrivo di mercanti e armatori serbi, e ottenne la libertà religiosa nel 1751 grazie a Maria Teresa d’Austria che permise ai serbi e ai greci di costruire la loro chiesa di San Spiridione. Inizialmente, Greci e Serbi condividevano lo stesso luogo di culto e la stessa amministrazione, ma le differenze linguistiche e rituali portarono a una separazione consensuale nel 1781.
Nell’ambito delle attività culturali dei serbi a Trieste, un posto di rilievo è presentato dal Coro, fondato dalla Comunità della Chiesa Ortodossa Serba di Trieste presso la Chiesa di San Spiridione. I documenti conservati nell’Archivio dalla Comunità della Chiesa ortodossa serba di Trieste testimoniano senza dubbio che il Coro della Chiesa di San Spiridione è uno dei più antichi cori serbi: cantava alle funzioni religiose già prima dell’ottobre 1837 e fu poi costituito ufficialmente nel 1839 grazie ai meriti di Djordje Mekša, presidente della Comunità serba e di Francesco Sinico, primo maestro del coro serbo-ortodosso di Trieste e illustre artista. È grazie a quest’ultimo che la comunità serbo-ortodossa di Trieste si arricchì di una composizione musicale di pregio che è tutt’ora eseguita: la prima “Liturgia” serba composta appositamente per questa comunità nel 1840. É un fatto molto significativo che la prima composizione di questo genere sia stata composta da un italiano-triestino. Si sono poi susseguiti tanti altri importanti Maestri e naturalmente avere questa ricca eredità dal punto di vista musicale è un privilegio per me, ma anche una grande responsabilità che cerco di preservare, gestire con cura e trasmettere alle generazioni future.
Stiamo vivendo in questi giorni la luce del Natale, ma la questione del calendario liturgico è piuttosto complessa nella chiesa ortodossa, vero?
Alcune chiese ortodosse usano due calendari: il Calendario Giuliano per scopi liturgici, come il calcolo della Pasqua e delle feste, e il Calendario Gregoriano per le necessità civili. A causa di questo doppio utilizzo il Natale ortodosso cade in giorni diversi.
A questi due Calendari se ne aggiunge un terzo che è una mescolanza dei due calendari per cui per 6 mesi si segue il Calendario Gregoriano e per gli altri 6 mesi quello Giuliano.
La differenza principale tra le varie chiese ortodosse si nota nelle festività a data fissa come il Natale che, per quelle che usano il vecchio Calendario Giuliano, cade il 7 gennaio che corrisponde al 25 dicembre secondo il loro Calendario civile Gregoriano. La data della Pasqua, invece, viene calcolata universalmente in base al Calendario Giuliano da tutte le Chiese ortodosse.
La musica liturgica ortodossa si è naturalmente evoluta nel tempo, eppure all’apparenza non sembra essersi discostata molto dalla tradizione. Cosa è rimasto oggi di quanto strutturato e teorizzato da San Giovanni damasceno?
L’eredità principale di San Giovanni Damasceno nella musica liturgica ortodossa odierna è l’Octoechos: un sistema degli otto modi ecclesiastici che rimane la struttura portante del canto bizantino e della musica liturgica ortodossa in generale. In sintesi, la musica liturgica ortodossa ha mantenuto la sua forte aderenza alla tradizione proprio grazie alla solidità della struttura teorica e innografica definita da San Giovanni Damasceno, che continua a guidare l’esecuzione e la composizione dei canti ancora oggi.
La musica liturgica ortodossa odierna si caratterizza per la sua diversità, che spazia dal canto tradizionale a cappella, fortemente radicato nella pratica bizantina, a forme più moderne con arrangiamenti contemporanei. Questa musica continua a svolgere un ruolo centrale nella spiritualità ortodossa, accompagnando la preghiera e le celebrazioni liturgiche e mantenendo una forte connessione con la tradizione e la liturgia.
Mi fa piacere però anche far notare che il coro serbo di Trieste ha sviluppato una propria tradizione canora, inizialmente basata solidamente su modelli bizantini originali ma poi, con la continua esposizione alle influenze straniere, mutata rispetto alle origini.
Le origini monodiche del canto bizantino hanno ceduto completamente il passo alla polifonia o rimane ancora traccia di quel passato?
Attualmente nella maggior parte nelle Chiese ortodosse si usa il canto a più voci, ciò nonostante il canto tradizionale bizantino monodico viene costantemente praticato. Il canto bizantino non contempla una seconda voce completa in senso proprio, ma prevede una voce fissa sub-tonica, denominata isokratima, la cui funzione è quella di produrre una nota di accompagnamento costante durante il canto. Ultimamente la musica bizantina ha guadagnato un nuovo fascino popolare in varie parti del mondo. La sua popolarità è stata accresciuta dalla recente decisione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) di riconoscere la musica bizantina quale parte del “patrimonio immateriale dell’umanità”.
Quanto ha pesato sulla musica liturgica ortodossa l’influenza occidentale?
L’influenza occidentale sulla musica liturgica ortodossa è stata significativa, in particolare nella tradizione russa e in altre Chiese slave, mentre la più antica tradizione bizantina ha mantenuto un carattere più monodico e modale. L’entità di questa influenza varia notevolmente a seconda del contesto geografico e storico. L’influenza occidentale è stata particolarmente profonda nella Chiesa ortodossa russa a partire dal XVII secolo. Compositori russi adottarono le pratiche musicali tedesche, francesi e italiane, elevando la musica corale a livelli di complessità armonica e polifonica noti ancora oggi. Gran parte delle Chiese ortodosse slave seguono tradizioni musicali simili a quella russa influenzata dall’Occidente.
La tradizione musicale bizantina, prevalente in Grecia e in Medio Oriente ma anche presso i vari monasteri in Russia e in Serbia, ha resistito maggiormente all’influenza occidentale, mantenendo il suo carattere distintivo. Nonostante una forte influenza occidentale sulla musica liturgica ortodossa dal XVII secolo in poi una caratteristica è rimasta invariata a tutta la musica liturgica ortodossa: l’assenza di strumenti musicali considerati inferiori alla voce umana creata da Dio, una posizione in netto contrasto con gran parte della tradizione occidentale post-medievale.

Nella liturgia ortodossa è prevista la partecipazione attiva al canto da parte dell’assemblea? Nell’economia della liturgia bizantina qual è la funzione del coro?
Sì, la partecipazione attiva al canto da parte dell’assemblea è prevista e incoraggiata nella liturgia ortodossa, ed è considerata una tradizione antica e fondamentale.
La struttura stessa dei servizi liturgici ortodossi prevede un dialogo costante tra il sacerdote o diacono e il popolo o coro, con l’assemblea che risponde a petizioni, preghiere e dichiarazioni di fede con esclamazioni come “Amen”, “Kyrie eleison” o cantando inni e antifone.
Sebbene la prassi standard per secoli abbia spesso visto un coro o un cantore dedicato guidare il canto, la tendenza moderna in molte giurisdizioni è quella di incoraggiare attivamente il canto congregazionale laddove possibile. Poiché oggi non tutte le persone sono educate all’arte musicale è divenuta prassi ordinaria affidare a cori specialistici l’esecuzione liturgica dei canti più complicati.
Nella liturgia ortodossa, il coro svolge il ruolo di “cuore della funzione”, creando un’atmosfera spirituale unica e fungendo da fondamento della stessa. Non si limita a cantare, ma trasmette le idee e i sentimenti racchiusi nei testi sacri, esprimendo lo stato di preghiera dell’intera comunità e aiutando i fedeli a immergersi più profondamente nel sacramento. Il coro crea un’atmosfera di riverenza, aiuta a rivelare il significato della funzione e ispira la preghiera tra i fedeli.
Il coro canta durante quasi tutta la liturgia ortodossa, ma il momento esatto del canto non è fisso e dipende da molti fattori. In generale, la durata totale della Divina Liturgia è solitamente compresa tra un’ora e mezza e due ore e mezza, ma può raggiungere le quattro o cinque ore in occasioni speciali. La maggior parte di questo tempo è dedicata al canto corale, alternato a esclamazioni dell’assemblea e a letture. Il canto è organicamente integrato nella struttura dell’intera funzione.
Parliamo delle “quote rosa” nel canto bizantino: a quando risale l’accettazione della presenza femminile?
Naturalmente presso i monasteri maschili è presente unicamente il coro maschile e così anche nei monasteri femminili. Attualmente anche nei grandi monasteri insieme al coro dei monaci esiste il cosiddetto “coro festivo” che è quasi sempre un coro misto. La maggior parte delle chiese ortodosse moderne utilizza cori misti, composti sia da uomini che da donne. In alcune tradizioni monastiche più severe, dove le donne non sono ammesse, il coro è composto esclusivamente da voci maschili: solitamente divisi in tenore I e II, basso I e II, o da monaci che cantano la monodia tipica del canto bizantino. A parte queste rarità, in generale possiamo dire che la partecipazione delle donne al canto liturgico è ampiamente accettata e incoraggiata nella Chiesa Ortodossa contemporanea.
La partecipazione delle donne è stata una costante storica, ma relegata ad ambiti specifici come i monasteri e non alla sfera pubblica e clericale dominante della Chiesa bizantina. La questione della partecipazione femminile è un dibattito moderno che non trova riscontro nella mentalità o nelle strutture sociali e religiose dell’antico Impero bizantino.
Il tuo coro è composto da persone di tante diverse nazionalità. In un mondo tanto frantumato e diviso come quello contemporaneo, il canto può porsi come un ponte tra oriente e occidente?
Sì, l’attuale coro della chiesa di S. Spiridione è composto da 24 elementi di 10 nazioni, tra cui serbi, sloveni, italiani, russi, armeni, croati, bulgari, argentini, ucraini e macedoni. L’impegno principale del coro è quello di assistere alla Divina Liturgia domenicale ed alle altre ricorrenze religiose che si celebrano durante l’anno. Il coro prende, inoltre, parte a manifestazioni culturali a Trieste e dintorni; ha intrapreso numerose tournée in varie città italiane ed estere. Il repertorio è costituito quasi esclusivamente da musica religiosa serba e russa ortodossa, ma sono presenti anche brani tratti dalla musica popolare serba.

Il nostro coro rappresenta un vero spirito della città di Trieste: una convivenza pacifica, un incrocio tra culture, un ponte tra Oriente e Occidente. E tutti noi siamo uniti attraverso la musica ortodossa.
Proprio per questo l’attuale Consiglio amministrativo della Comunità serbo-ortodossa insieme con il parroco, proto presbitero-stavroforo Raško Radović, attribuiscono una grande importanza al coro e lo sostengono in ogni modo possibile sia finanziariamente che spiritualmente.
Dacci qualche suggerimento di ascolto o una lettura irrinunciabile per chi volesse accostarsi alla coralità ortodossa.
Consiglio l’ascolto di canti monodici tradizionali, come quelli del monastero Dečani o di tradizione bizantina, spesso eseguiti da cori maschili; la Veglia Notturna Op. 37 di Sergej Rachmaninov; l’Op. 41 e i Nove Inni Sacri di Pëtr Il’ič Čajkovskij, le opere di Dmitrij Bortnjanskij, di Stevan Stojanović Mokranjac e di Kornelije Stanković.
Delle letture interessanti per scoprire il mondo ortodosso potrebbero essere: “La Chiesa ortodossa” di Ilarion Alfeev, “Storia della spiritualità. L’ortodossia bizantina e russa” di Louis Bouyer e “Diario Bizantino” di Cristina Campo.
Questi suggerimenti offrono naturalmente solo un punto di partenza per immergersi in un patrimonio musicale e spirituale di grande bellezza e profondità.
