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Il repertorio per i defunti:tra banalità diffusa e anelito di luce

Chiedo venia se per un attimo mi permetto di occupare questo spazio con una riflessione che si addentra di poco nell’analisi musicologica, propendendo più marcatamente verso le meditazioni di un parroco. È vero: questa non è una rivista di pastorale liturgica, né di catechetica. Ma è altrettanto vero che il tema del momento celebrativo che accompagna il commiato dei defunti ci coinvolge tutti, come persone, come fedeli, come pastori, come musicisti e direttori di coro in particolare. Direi che, in questo caso, un sano approccio mistagogico al contesto rituale cattolico sia non solo opportuno, ma doveroso per chi si trova spesso a fare i conti con le scelte musicali (oltre che liturgiche) di momenti così intensi, e al contempo così intimi nel loro significato autentico.

La riflessione è scaturita in me da un episodio avvenuto alcuni giorni addietro, quando mi è successo di incappare nel video di una celebrazione parrocchiale del 2 novembre videotrasmessa da un’emittente locale, svoltasi a poca distanza dal luogo dove risiedo. L’apertura del rito si è subito imposto a me per una scelta che mi ha spiazzato e contrariato insieme. Il coro parrocchiale ha aperto la funzione infatti con un noto corale protestante in lingua italiana, Nei cieli un grido risuonò, con il corredo di alleluja che innervano il brano, quasi in forma responsoriale. L’impressione generale è stata quella di una gran confusione di testi e di ambientazione liturgico-musicale. Da una parte, il colore violaceo dei paramenti – colore penitenziale, che per consunte ragioni di ‘opportunità pastorale’ (non certo per imposizione normativa) ha scalzato il nero – unito ai testi liturgici che, con retta cognizione della fede, implorano il Signore di essere “misericordioso con i nostri fratelli defunti” (come recita una delle collette del Messale Romano). Dall’altra, il clima marcatamente pasquale dei canti, nel quale, alla richiesta di perdono e clemenza per le anime dei defunti e alla consapevolezza del giudizio cha appartiene solo a Dio – di fronte al quale per noi dovrebbe rimanere solo la preghiera per l’esito dell’esistenza di coloro che affidiamo a Lui – viene a sostituirsi la certezza della risurrezione di vita. Orbene: certo che la risurrezione di Cristo è fondamento della nostra, ma l’anima è affidata prima al Suo giudizio, poiché, sebbene tutti risorgeremo, rimane aperta la possibilità del fallimento: «verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5, 28-29). Mi viene da dire, un po’ provocatoriamente: vogliamo lasciare a Dio che sia Lui a fare il suo mestiere?…

Da sempre mi rammarico che la coerenza e la pertinenza rituale delle celebrazioni pro defunctis di un tempo, con i canti idonei e il clima composto della circostanza, siano state soppiantate, in maniera così massiccia e diffusa, da una melassa informe, ambigua e mal combinata. Se il rito per i defunti è momento penitenziale, nei colori, nei testi e nelle intenzioni, vicini oggi a quelli della Quaresima, per quale ragione cantare l’alleluja, un tempo giustamente sostituito dal tratto? Perché forzare il significato autentico di un momento nel quale si implora misericordia e si sottolinea la fragilità del vivere e l’orizzonte del morire, sostituendolo con il sapore predominante della Pasqua? Nessuno si sognerebbe di “pasqualizzare” (mi si passi il neologismo) la violacea Quaresima, anticipando il canto allelujatico liberatorio e dirompente della veglia pasquale, che nemmeno la rosacea Domenica Lætare viene intonato. Sarebbe non solo un abuso, ma un vero e proprio furto grave di quell’attesa così feconda di conversione e di purificazione. Il rito dei defunti è bello e prezioso così com’è (meglio: come dovrebbe essere), con la sua serena mestizia (un ossimoro efficace), fatta di lacrime terrene – come quelle versate da Gesù per l’amico Lazzaro (Gv 11, 35-36) –, di coscienza della caducità dell’oggi e di rimembranza dei quattro novissimi della dottrina cattolica, così reietti e trascurati: morte, giudizio, inferno e paradiso.

Quando io affermo di non provare disagio o indolenza nel celebrare i (tanti) funerali, qualcuno mi guarda stranito, come se rilevasse una vena di perversione rituale… La verità è che, oltre ad essere un’occasione di catechesi per persone spesso lontane dalla pratica liturgica, io trovo il repertorio cosiddetto gregoriano per i defunti – quello che uso da quasi vent’anni – di una bellezza e di una efficacia rare. Si parte con l’introito Requiem æternam, musicalmente nulla più di un recitativo ornato che si muove tra le due corde principali del VI modo – fa e la – e che solo ogni tanto e con tratto garbato si spinge verso i confini del tono d’impianto. A me bastano queste poche note – non a caso nel modo indicato spesso dai teorici medievali con l’appellativo di devotus – per entrare (e accompagnare i fedeli) nel ‘clima giusto’ del rito. Nulla di umanamente mesto, nulla di drammatico, nulla di trionfante o di ‘pasqualmente arrogante’ (absit iniuria verbi): solo la serena confidenza nel Dio la cui volontà è che Gesù non perda nulla di quanto il Padre gli ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno (Gv 6, 39). Solo l’augurio di riposare in eterno in Dio, avvolti dalla Sua luce qui nescit occasum [che non conosce tramonto] (preconio dei Pasqua).

Anche il communio Lux æterna, nell’VIII modo (spesso indicato come perfectus in relazione all’ethos modale), non cede alla tentazione dell’umana tristezza, quanto piuttosto induce alla luminosa (e perfetta) speranza della comunione dei Santi (cum sanctis tuis in æternum [coi tuoi santi in eterno]), con il risalto dato alla parola lux fin dall’incipit, che ruota attorno alla finalis sol. E proprio laddove molti sono tentati di inserire un anonimo e generico canto di comunione di contenuto vagamente eucaristico, la verità della liturgia ci riporta non solo ai temi della luce e dell’eternità – così intimamente connessi con quello del senso cristiano del morire –, ma alla natura stessa del canto che accompagna questo momento della messa. Il contenuto testuale delle antifone previste in questo punto è infatti sempre legato al contesto della celebrazione stessa, se non addirittura una citazione specifica di un versetto della pericope evangelica letta poco prima.

Anche l’ordinario della messa per i defunti, indicato col numero XVIII dal Kyriale, sebbene eterogeneo e frutto al solito di un assemblaggio postumo di melodie di epoca diversa, ci offre un’ambientazione coerente con i brani fin qui ricordati. Oscillando tra il VI modo del Kyrie e le modalità arcaiche del Sanctus e dell’Agnus Dei, l’orizzonte motivico ci rimanda ad uno spazio sonoro non solo segnato da un ritorno dell’intervallo di terza maggiore (per se stesso sereno e luminoso assieme), ma anche dall’intima natura di profili melodici semplici ed essenziali, con prevalenza di gradi congiunti: quasi un invito naturale a quel canto assembleare così spesso invocato proprio da chi ha fatto piazza pulita di questo repertorio, sostituendolo spesso con veri distillati di bruttezza.

Passando al rito delle esequie, l’antifona In paradisum si apre con una radiosa salita verso il sesto grado del VII modo, che è come il diradarsi delle nubi della morte sull’azzurro dei cieli eterni, nel momento del commiato verso la tumulazione. Una benedizione dal sapore antico, che invoca il soccorso degli angeli, dei martiri, di tutta la Gerusalemme celeste e dell’evangelica figura di Lazzaro, quondam paupere [povero un tempo], nel modo gregoriano non a caso definito angelicus dai teorici medievali. Siamo di nuovo condotti per mano ad entrare in punta di piedi nella speranza del Paradiso, che viene augurato e non offerto come certezza. Insomma: tutto ci parla della serena consegna dei nostri cari nelle mani del Padre, senza il tripudio della Pasqua – che non si addice al clima del momento liturgico, e che, pur fondamento della speranza, non esclude il giudizio che appartiene solo a Dio – e senza il sapore amaro dell’habitus mondano della morte, segnato dal prevalere della mestizia e del doloroso distacco. 

Questa breve carrellata, nata nella forma della meditazione di un prevosto, credo sia utile a porre in risalto il valore e la forza che questo repertorio porta con sé. Luce, cielo, eternità, pace, attesa della risurrezione, serena confidenza in Dio, giudice misericordioso: tutto ci parla del vero significato cristiano della morte e dell’orizzonte della nostra vita. Il repertorio pro defunctis dei secoli successivi si è spesso caricato, da una parte, di toni drammatici, lamentosi, terrificanti o mesti. Dall’altra, l’imbarazzo di confrontarsi serenamente e onestamente col mistero della morte ha portato alla prevaricazione della banalità (penso sempre al canto Quando bùssero, con l’accento tonico posto proprio sulla sillaba atona…) o al rifugiarsi sic et simpliciter in un repertorio pasquale che stride con i colori dell’apparato e il sentimento dei presenti. La bellezza intima e autentica di quelle melodie che la Chiesa ha saggiamente distillato lungo i secoli (ivi comprese le composizioni polifoniche su di esse costruite) è un bagaglio a nostra disposizione, oltre che un modello a cui tendere. Nell’intima compenetrazione fra testo e musica, tra Parola che annuncia e strumento al servizio dell’annuncio, l’ermeneutica della fede trova il giusto equilibrio tra quanto deve essere detto e il modo giusto per dirlo. Solo il canto di chi si fida e affida, senza forzature, senza banalizzazioni, senza timori mondani.

About Post Author

Denis Silano

Mons. Denis Silano (1977), presbitero del clero vercellese, ha studiato organo, direzione di coro, composizione corale, canto gregoriano e musicologia. Ha curato l’edizione moderna di Harmonia super vespertinos psalmos… sex vocibus di O. Colombano (Venezia, 1579). Ha inciso, in veste di direttore e curatore editoriale, per Brilliant Classics (Colombano, 2018; Centorio, 2020) ed Elegia (Centorio-Heredia, 2019), sempre in prima incisione mondiale. Particolarmente interessato alla musica antica (soprattutto sacra) e agli aspetti editoriali ed esecutivi ad essa legati, ha pubblicato studi e musiche proprie presso Vox Antiqua (CH), Rugginenti (Milano) e Edizioni Paoline (Roma). Suoi contributi storico-musicologici sono apparsi in riviste e miscellanee specialistiche. È Maestro di Cappella della Cattedrale di Vercelli e responsabile della Scuola Diocesana di Musica Sacra della stessa arcidiocesi. E-mail: denis.silano01@universitadipavia.it
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