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Il tempo di Avvento, che inaugura il percorso dell’anno liturgico, commemora la prima venuta di Cristo nel mondo ma, contestualmente, prepara ed anticipa il ritorno del Figlio di Dio alla fine dei tempi1. Ancora, il Direttorio su pietà popolare e liturgia, suggerisce che: “l’Avvento è tempo di attesa, di conversione, di speranza2. Le antifone di ingresso delle quattro domeniche costituiscono origine e sintesi nell’ottica di questa duplice caratteristica: il primo Avvento prende valore in funzione di quello definitivo. 

A te, Signore, innalzo l’anima mia, mio Dio, in te confido: che io non resti deluso! 

Non trionfino su di me i miei nemici! Chiunque in te spera non resti deluso.

(Sal 24/25, 1-3).

Il salmo da cui il testo deriva è espressione dell’atteggiamento dell’uomo in preghiera e in ricerca continua del Dio che riconosce essere suo Salvatore nonostante le prove e le fatiche del cammino. Colpisce l’espressione “elevare l’anima”: la finalità dell’elevazione dell’anima è la liberazione dalla confusione, dal pericolo di smarrimento, dal buio spirituale. Quasi a volere mettere ulteriormente in risalto questo tipo di pericolo, l’uomo orante si rivolge a Dio con una invocazione rafforzativa: “che io non resti deluso”, ossia che io non creda vanamente, senza alcuna risposta.

Vi è poi un riferimento a generici “nemici” il cui obbiettivo è la destabilizzazione del giusto seguito da un appello personale nel quale si richiede l’intervento di Dio per evitare che essi “trionfino su di me”. Probabilmente il salmista sta vivendo un particolare travaglio, una fatica del cammino; sente talmente forte questo pericolo da immedesimarsi con altri, al plurale, aprendo la preghiera di invocazione a tutti coloro che stanno attraversando la medesima esperienza faticosa: “Chiunque in te spera non resti deluso”. 

Ne deriva il richiamo alla necessità del rapporto fiduciario con il Signore, unica fonte di salvezza. L’azione liturgica spinge l’uomo ad affrontare con decisione i pericoli ed i “nemici” del mondo contemporaneo: perciò ad inizio Avvento la liturgia invita ad “elevare” sé stessi, senza paure né tentennamenti, lasciandosi trasportare verso una dimensione differente rispetto alla quotidianità, che non va abbandonata ma convertita. Accanto alla tematica della “elevazione”, subito si assapora il senso profondo della “attesa” che non è un aspettare faticoso e irritante, quanto un “a-tendere”, ossia volgere a un termine: è questo il senso profondo dell’Avvento.

Popolo di Sion, il Signore verrà a salvare le genti,

e farà udire la sua voce maestosa nella letizia del vostro cuore. (Is. 30, 19.30)

È una sorta di annuncio universale di salvezza rivolto al “Popolo di Sion”, annunciando la “salvezza delle genti” con modalità ben definite: “farà udire la sua voce maestosa”. Quest’ultimo riferimento è una precisa caratteristica di Dio che ritroviamo infatti in diversi episodi della Scrittura Veterotestamentaria: “la sua venuta è simile alla voce di tuono3. Nel Nuovo Testamento ricordiamo la voce che si percepisce al momento del Battesimo di Gesù al Giordano, nella Trasfigurazione sul Tabor e la mattina della Risurrezione: anche in questi casi si richiama alla “voce maestosa e tuonante”. 

Isaia parla espressamente a Sion in quanto popolo eletto, chiamato ad annunciare a tutti i pagani la novità della venuta di Dio. C’è quindi una scelta di contrasto voluta tra “Populus Sion” e “gentes”, ma tale differenza non è cruenta e distruttiva: viene infatti profetizzata la bontà dell’opera del Signore che non annienta ma salva i gentili. Oggi, il “Popolo di Sion” siamo noi, i nuovi “eletti del mondo contemporaneo” invitati alla testimonianza, amplificando il messaggio di Dio con la voce e con le opere. Siamo quindi coinvolti nella trasmissione di una notizia dirompente, sensazionale ed unica: il Signore viene ancora a salvare tutte le genti! L’esempio di Giovanni il Battista, protagonista proprio della seconda domenica di Avvento, è segno evidente ed inequivocabile: è Lui stesso a definirsi, peraltro, con l’appellativo di “Voce” che precorre l’Atteso di tutti i tempi. 

Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti.

La vostra mitezza sia nota a tutti gli uomini: Il Signore è vicino! 

Non angustiatevi per nulla, ma in ogni preghiera le vostre richieste siano rese note a Dio. 

(Fil 4,4.5)

Si tratta dell’esortazione conclusiva e del ringraziamento ai cristiani di Filippi, la prima comunità fondata da Paolo sul suolo europeo4. La gioia è il tema principale che viene messo in risalto (da qui la denominazione di “domenica Gaudete”): l’invito a rallegrarsi da parte di Paolo si manifesta in modo convinto, esteso e pressante. Non si tratta però di aderire con facile e superficiale ottimismo, ma di calarsi in una vera presa di coscienza della venuta salvifica di Cristo nel mondo in unità nella comunione e nella partecipazione della sua vicenda. Tale sentimento si concretizza nella mitezza e nella amabilità in modo chiaro e visibile, quale testimonianza indefettibile non solo di eventi del passato ma, dalla certezza che la venuta del Signore è vicina: essa va accolta cooperando al piano salvifico, nella accettazione del progetto divino e nella adesione completa. La gioia, dicevamo, è l’atteggiamento principale e caratteristico del discepolo e la liturgia domenicale ne è fonte privilegiata: l’incontro con il Signore che “come un tempo ai discepoli … svela il senso delle scritture e spezza il pane per noi5, diventa ricarica spirituale, rigenerando l’uomo dalle fatiche della vita e riproiettandolo in essa con rinnovato slancio.

La manifestazione successiva all’incontro liturgico del messaggio consegnato, ossia della mitezza e della amabilità da trasmettere a tutti coloro con i quali facciamo esperienza nel cammino, è parte della opera evangelizzatrice di Dio che agisce anche attraverso le nostre opere e le nostre parole. La vita dei primi cristiani individua la gioia quale sentimento principale che li unisce e che li rende riconoscibili anche tra coloro che non credono; tale gioia non ha una perimetrazione, bensì è sentimento perdurante nel tempo che ci permette di vivere la memoria del Primo Avvento vivendo vigilanti nell’attesa e nella letizia dell’incontro definitivo.

Stillate, cieli, dall’alto, le nubi facciano piovere il Giusto;

si apra la terra e germogli il Salvatore. (Is 45,8)

Si tratta di uno dei più coraggiosi passaggi nell’Antico Testamento nel quale vengono esaltate le virtù di un re pagano, Ciro sovrano di Persia, presentato come difensore e salvatore dei deboli e degli oppressi; nel versetto che ci interessa, è espresso il richiamo alla fecondità che Dio offre: rugiada e pioggia, semi e frutti. Il cielo e la terra si uniscono in questa abbondanza per l’opera di Dio affinché il popolo viva in pace.

In tale contesto, all’interno di simbologie che sono tipiche di tutto il periodo di Avvento, si inserisce l’attesa del Giusto, del Salvatore; la pioggia irrorata dal cielo e caduta sulla terra aperta che la accoglie e produce germoglio. Il Natale ormai vicino è quasi anticipato da questa immagine poetica e fortemente simbolica; è abbastanza chiaro che tale figurazione racchiuda il rapporto tra Cristo e l’uomo. Con la sua venuta nel mondo, Gesù dall’alto scende per germogliare l’uomo, per trasformarlo, per cambiare la sua vita: la volontà di incontrare le sue creature rende il Creatore una figura unica, inimmaginabile. Affinché tutto ciò si realizzi va rispettata una condizione: come la terra si apre per accogliere la pioggia, anche l’uomo è chiamato ad aprirsi per accogliere il suo Signore; sta a lui decidere se accettare l’invito al cambiamento oppure rifiutarlo: “venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto6. Il Natale è dunque la festa della accoglienza che si fa amore nella Parola veramente incarnata, il Figlio di Dio che condivide in tutto, fuorché nel peccato, la natura umana.

Ma c’è una ulteriore riflessione che possiamo fare: la IV domenica di Avvento è marcatamente di stampo mariano: il senso ci è chiaramente suggerito nelle antifone di offertorio (Ave Maria) e di comunione (Ecce Virgo), dal testo del Vangelo (Lc. 1,39-45) e dall’eucologia, specificamente nella orazione di colletta e in quella sulle offerte. Maria è dunque la grande protagonista e, seppure non espressamente menzionata, possiamo ritrovare nella terra che germoglia la figura della madre che genera il proprio bambino. Se dunque da Maria nasce il Cristo, dalla terra fecondata dal Salvatore rinasce l’uomo redento e rinnovato.

Queste riflessioni ci portano a concludere che le scelte di repertorio per il canto d’Ingresso delle domeniche di Avvento non possono essere trattate con superficialità o, peggio, nella distratta improvvisazione: è necessario introdurre i fedeli alla più ampia comprensione delle differenti tematiche attraverso il canto veramente adatto, che esprima la giusta aderenza tra rito e segno, cui già facevamo cenno in altri contributi). Le ragioni sono molteplici: anzitutto l’Avvento, pur nella sua brevità, possiede una ricchezza assoluta di simboli e significati, e ogni domenica ha un suo “colore” ben preciso, perfettamente anticipato proprio dalle antifone di Introito; esse, infatti, esprimono quattro caratteri, riassumibili in quattro verbi: “alzare”, “andare”, “rallegrarci” ed “accogliere”, peraltro tutti presenti nella vicenda di Maria di Nazareth: dopo l’annuncio dell’Angelo, si “alza” e “va”, ossia si mette in cammino verso la cugina Elisabetta. Al saluto di quest’ultima, si “rallegra” ed esplode la gioia nel “Magnificat” e solo a quel punto è pronta ad “accogliere” il piano di Dio che in Lei si concretizza attraverso la nascita del Figlio.

1Si veda al proposito “Norme Generali per l’Ordinamento dell’Anno Liturgico e del Calendario”, Capitolo Primo, Titolo II, V Il Tempo di Avvento §39 in Messale Romano III Edizione Italiana.

2 CCD&DS, Direttorio su pietà popolare e Liturgia, Principi e orientamenti, Cap. IV §9, Città del Vaticano 2002.

 3Cf. Sal 29,3; 50,3; 98,1

4At., Cap. 16.

5Preghiera Eucaristica per varie necessità, MR III edizione, pag. 499.

6 Prologo Vangelo di Giovanni, 1,11

 

 

 

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Enrico Vercesi

Enrico Vercesi nasce a Broni (PV), l’8 ottobre 1972. Si è formato presso l’Istituto Pontifico Ambrosiano di Musica Sacra. Ha insegnato Canto Gregoriano, Direzione di Coro e, in particolare, Musicologia Liturgica, in diversi corsi in Italia e ha pubblicato svariati articoli, in Italia e all’estero. Come compositore ha scritto numerose pagine di musica per la liturgia, due cantate e un unico oratorio. Dal 2018 è Maestro della Cappella Musicale della Basilica - Santuario Madonna della Guardia di Tortona ove dirige il Coro “San Luigi Orione”; è organista titolare della Parrocchia di Stradella (PV), insegna presso l'Accademia Musicale di “Città di Stradella” e collabora stabilmente con la Cattedrale di Tortona. È insegnante ai corsi di formazione per cantori e direttori di coro della diocesi di Tortona, unitamente a L. Dellacasa, Padre M. Ferraldeschi, ofm e al Vescovo, S.E. Mons. Vittorio Francesco Viola, ofm. Email: enrico.vercesi@gmail.com
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